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Sera di mattina

racconti


Susanna Marsiglia


Meligrana Editore


Copyright Meligrana Editore, 2017

Copyright Susanna Marsiglia, 2017


Tutti i diritti riservati

ISBN: 9788868152628


In copertina:

Yeshi Kangrang - unsplash.com

https://unsplash.com/@omgitsyeshi


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Susanna Marsiglia


Susanna Marsiglia, classe 1991, scrive racconti brevi fin da quando ha imparato a tenere una penna in mano. Nel 2012 il suo racconto “Ultimo giorno di lavoro” si è classificato al primo posto al Premio Chiara giovani.

Nella vita si occupa di web marketing e vive nella fredda Zurigo. Incapace di vivere coi piedi per terra, ogni mese scova una nuova passione, ma la scrittura è da sempre l’unica costante della sua vita. Questa è la sua prima opera.



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SERA DI MATTINA

IL VERBO AVERE


Il verbo avere in arabo non esiste.


Ci stavo riflettendo stamattina, Hanan, mentre l’autobus sussultava al ritmo delle troppe buche che costellano il tuo paesino e dai lembi del mio quaderno sono spuntati due occhietti scuri e curiosi.


Ci stavo pensando immerso in una concentrazione che sapeva tanto di dormiveglia, con la testa ciondolante e le palpebre pesanti, tentando di costringere la mia testa a farsi piacere questa strana lingua, le sue pronunce palatali e le sue regole astruse che non vanno giù nemmeno agli universitari freschi di diploma, figuriamoci a me che ho la memoria quasi in pensione.

E mentre meditavo sulla subdola torre di Babele, quella pseudo concentrazione scemava pian piano insieme ai palazzi che mi sfilavano di fianco, lasciando il posto a un lieve batticuore così come i condomini cedevano il passo alle villette a schiera. Sapevo che di lì a due fermate saresti salita tu.

Con la tua borsa di feltro, la tua sciarpa arcobaleno e quel profumo di mughetto che tra i tanti odoracci acri porta sempre un po’ di sollievo alle mie narici.


Tu che - così mi diceva la testa - forse mi avresti spiegato meglio questa stramberia linguistica. Tu che - così mi diceva il batticuore - magari eri la ragione per cui avevo aperto il quaderno di arabo anziché concedermi un sonno ristoratore o un buon libro.


Ti sei seduta davanti a me con la solita grazia che trovo quasi utopica a quest’ora del mattino.


«Guarda che dormendo non impari niente» hai ridacchiato.

«Non capisco il verbo avere» ho sbuffato, mostrandoti il quaderno.

«Non è un verbo, noi non ce l’abbiamo il verbo avere»

«E come fate a dire “io ho questo”?»

«Ah! È facile, l’hai scritto qui»

Ho abbassato lo sguardo sullo scarabocchio appena accennato che il mio cervello sonnambulo aveva saggiamente omesso dalla pagina, illeggibile com’era.

«...”Presso di me”»


Hai annuito, tornando a sorridere soddisfatta.

«E quindi? Come faccio, per esempio, a dirti che hai un buon profumo?»

«In arabo io non ho questo profumo. Questo profumo è presso di me, vicino a me. Per questo ce l’ho»

La spiegazione dell’insegnante non sembrava né così semplice né interessante quanto l’hai fatta apparire tu in una manciata di parole.

«Sembra assurdo» ho bofonchiato.

«Cosa?»

«Il fatto che una cosa che crediamo ci appartenga sia semplicemente vicina a noi»

Hai aggrottato le sopracciglia in un’espressione interrogativa. Non avevi ovviamente capito nulla.


La filosofia non dovrebbe rientrare nelle corde di un impiegato comunale che lavora al centro per l’impiego. Uno che è sposato da vent’anni con la sua prima fidanzata, non si è mai laureato, è allergico ai viaggi e mastica a stento due frasi in inglese.

Uno che un giorno si ritrova convocato urgentemente dall’assessore, il quale pensa bene di spedirlo ad un corso obbligatorio di arabo per “migliorare il servizio offerto all’utenza”.

Uno come me decisamente non dovrebbe filosofare, non quando quest’assessore rivoluzionario decide che sono costretto ad alzarmi alle sei, prendere un autobus scassato, raggiungere un paesino sperduto e ascoltare una lezione di cui non mi importa nulla e che probabilmente non servirà a migliorare il servizio, ma solo a peggiorare il mio umore.

Uno come me, soprattutto, in una situazione del genere non dovrebbe ritrovarsi a far tutto questo con il sorriso sulle labbra solo al pensiero che sull’autobus scassato salirà anche Hanan, la ragazza minuta e sorridente che ho conosciuto il giorno in cui mi si è seduta di fianco un po’ intimorita per chiedere un’indicazione.


Eppure uno come me ci pensa e ripensa, si improvvisa filosofo e si rende conto che certe riflessioni sulla vita e sulle persone non le aveva mai fatte prima di incontrare lei.


«Devo arrivare qua» mi avevi sussurrato in un italiano stentato, indicando un indirizzo scritto su un foglietto.

Conosco bene il nome di quel centro, è in bella mostra sulla prima pagina del mio raccoglitore in ufficio: lì insegnano l’italiano agli stranieri.

E come si fa a non filosofare sull’ironia della vita, in questi casi?


All’improvviso trovo che il verbo avere sia l’invenzione più inutile del globo. Abbiamo fame, abbiamo sonno, abbiamo fretta. Non abbiamo speranze, non abbiamo sogni, non abbiamo voglia. E se fosse solo questione di vicinanza o lontananza?

Guarda me, Hanan: sono grigio e triste come lo è la mia città. Arrivi tu a rallegrarmi la mattinata e mi rendo conto che anche il paesino in cui vivi è bello, sono belle le villette a schiera dalle tinte sgargianti, è bello l’autobus che fa un rumore infernale, è bello il fatto che tu faccia l’Erasmus qui dove non viene nessuno, che parli a voce bassa perché hai paura di disturbare chi ti sta attorno, che non perdi il sorriso nemmeno quando le vecchiette ti evitano. E che studi l’italiano ogni mattina prima dell’università, riesci a imparare per dodici ore al giorno senza il minimo sforzo e a conversare fluentemente con me nella mia lingua mentre io sto qui ad appisolarmi su un paio di regole che non sono nemmeno troppo difficili da afferrare.


Forse, e dico forse perché sono solo un impiegato e non certo un filosofo, il verbo avere ci si ritorce contro rendendoci infelici. Siamo tristi perché non abbiamo questo o quello.

E intorno a noi è tutto meno grigio di quel che pensiamo. Basta l’aiuto di qualcuno che sa sconvolgere le tue certezze nell’immediatezza di una frase.


Anche se poi se ne va, se l’Erasmus non dura in eterno, se il corso di arabo finisce, se l’autobus scassato non lo prenderò più, se tornerò in ufficio a parlare con persone rassegnate e stanche oppure a casa con mia moglie che detesta i mughetti, ti giuro che cercherò di ricordarmi sempre la disarmante naturalezza con cui la lingua araba annienta il possesso.


Tu non ci sarai più ed io non riuscirò mai a dirti a voce tutto quello che ho pensato stamattina. Gli impiegati, al contrario dei filosofi, hanno sempre paura di sembrare inadeguati. Ma io sono felice così.

Perché, anche se per poco, il tuo profumo è stato presso di me.


LE FARFALLE SONO MORTE


La vita di una farfalla è abbastanza breve, varia da qualche giorno a una settimana o due e, solo in alcuni casi, può raggiungere il mese di vita.


Così recitava l’enciclopedia. Una sfilza di parole fredde e demotivanti che di certo non riempivano le crepe di un ricordo già troppo in bilico tra incubo e ossessione. Le farfalle.

Se le era ricordate.


Ce n’erano a decine quel giorno. Vuoi la primavera, vuoi la giornata soleggiata, vuoi quel prato immenso e costellato di fiori gialli che si stagliavano fino all’orizzonte, le farfalle danzavano da sole o in coppia disegnando i loro colori nell’aria, sui fiori, sulla maglietta gialla di lei che forse avevano scambiato anch’essa per un gigantesco fiore. A ripensarci era uno scenario addirittura poetico, l’incipit perfetto di qualsiasi fiaba.


O forse di una tragedia.


Ci stava pensando da un po’, la scienza gliel’aveva confermato con le sue definizioni sterili: le farfalle di quel giorno, tutte le farfalle che avevano assistito al loro primo bacio celebrandolo con le loro danze, erano già morte. Tutte quante.

Questo fatto ben poco rilevante non significava assolutamente nulla, ma non smetteva di metterle addosso una tristezza incurabile. Erano morte insieme al loro amore.

Non c’erano più altri testimoni di quell’attimo, più nessuno oltre a loro due poteva sapere. Avrebbe voluto che lui l’avesse baciata in mezzo a una via affollata, in centro, all’ora di punta, così lei avrebbe potuto chiedere a tutti “l’ha visto anche lei? È successo davvero? Se lo ricorda?”.

Invece aveva scelto quel prato deserto, un sabato pomeriggio troppo assolato, un angolo di natura troppo lontano dal resto del mondo. L’aveva portata fuori dalla realtà, dove tutto poteva sembrare un sogno e anche un bacio, un bacio atteso da mesi, poteva trasformarsi in una fiaba irreale.

Così si faceva mille domande, si sedeva a riflettere per ore, fissava il soffitto ogni sera e rivedeva i suoi occhi troppo luminosi, risentiva le sue mani calde che le cingevano le guance e riascoltava l’eco delle sue risate forse un po’ forzate e rotte dall’emozione, per poi ritrovare le sue labbra che la sfioravano e quell’unico ricordo, una farfalla gialla che svolazzava sopra i loro corpi avvinghiati, era la sola nota di realtà che la sua mente aveva registrato. Il resto era cuore che usciva dal petto.


Le farfalle sono morte, si ripeteva. Forse la sera stessa, quando erano tornati a casa mano nella mano e si erano salutati con un abbraccio che sapeva di parole non dette.

Forse il giorno dopo, quando un messaggio un po’ troppo spoglio aveva iniziato a risvegliarle i primi dubbi. È successo davvero, mi ha davvero baciata, ho solo avuto le allucinazioni?

Forse una settimana dopo, quando rivedendosi i loro occhi seguivano strade opposte, le loro mani si curavano bene dall’incontrarsi, il sole era ben nascosto dietro a un cumulo di nuvole nere e il miracolo sembrava non fosse mai avvenuto.

Era la realtà, dove non ci sono solo prati fioriti ma anche città grigie, dove le farfalle muoiono e un bacio non è una promessa, non significa amore eterno. Era il mondo fuori dai sogni.


Tornava in quel luogo molte volte. I fiori erano più gialli che mai, le farfalle non avevano smesso di colorare l’aria. Era tutto perfetto.


Ma non erano gli stessi fiori e le stesse farfalle di quel giorno. Lei non era la stessa, non più capace di provare quella felicità tanto pura e tanto ingenua, non più in grado di credere ciecamente nell’amore senza prima farsi mille domande.

Le farfalle sono morte. Con loro, sono morta un po’ anch’io.


CORAGGIO”


Era una trattoria poco frequentata, una di quelle in cui bivaccano operai e impiegati durante la pausa pranzo e che poi rimangono deserte per il resto della giornata. Un arredamento spartano ed essenziale, tavoli in legno, dietro al bancone niente baristi avvenenti ma solo una coppia di affabili anziani.

Non ricordo perché scegliemmo proprio quel posto per pranzare insieme la prima volta. Probabilmente a due ragazzi si addiceva di più un fast food, un bar illuminato, di certo non un locale così tetro in cui ogni parola rimbombava mille volte per la sala deserta.


Era la prima volta che ci concedevamo da soli qualcosa di tranquillo come un pranzo.


Dai mesi precedenti ci eravamo portati dietro solo fretta, concitazione, conversazioni veloci strappate durante alle uscite di gruppo.


Ricordo la calma piatta di quel luogo che contrastava con l’agitazione di tutti gli altri incontri.

C’era qualcosa di radicalmente diverso, ce ne accorgemmo entrambi. Non so come, mi ritrovavo addosso la sensazione di pranzare con un perfetto sconosciuto anziché un amico. Mi sentivo immersa in un appuntamento al buio più che in un’uscita tranquilla e senza pretese.

Nello spazio tra l’ordinazione, in cui si poteva discutere sul menù ed esaminare gli ingredienti, e l’arrivo dei piatti, che lasciava spazio all’arte del mangiare e commentare i sapori, ci ritrovammo immersi in un silenzio che proprio non era da noi.

È quando due persone si ritrovano sole una di fronte all’altra che si scoprono le carte in tavola e le difese inevitabilmente si infrangono.


Tutte le confessioni che riuscivo a farti quando c’era altra gente nei paraggi o quando eri solo un nome sullo schermo di un cellulare diventavano qualcosa di inarrivabile di fronte ai tuoi occhi che mi fissavano da pochi metri di distanza.

I tuoi occhi. Non riuscivo a reggerne il contatto per più di una manciata di secondi.


Mi ritrovai a desiderare che il cibo arrivasse presto, che finissimo in tutta fretta e ognuno andasse per la propria strada senza rivederci mai più.

Nemmeno tu reggevi molto bene la tensione, ti inventasti di dover andare al bagno pur di allontanarti per qualche minuto.

Il mio sguardo non riusciva a spostarsi dal tovagliolo che avevo nervosamente accartocciato tra le mani, e progettavo seriamente di alzarmi e uscire, d’altronde io non ero nessuno per te e non mi avresti mai più cercata.

Ero così presa da questo pensiero che quando l’anziana proprietaria del locale mi appoggiò davanti le nostre pizze non trovai neanche la forza di dire “grazie”.

Lei allora mi mise una mano sulla spalla e, con un enorme sorriso, mi sussurrò all’orecchio: “coraggio”.


Come se fosse stata una formula magica, quell’unica parola ti riportò subito da me e la conversazione finalmente decollò. All’ultimo boccone di pizza eravamo non solo due amici, ma addirittura due complici che non vedevano l’ora di rivedersi.

Non so se avessero aggiunto qualche strano ingrediente all’impasto della pizza o se semplicemente ci volesse un po’ di tempo per sciogliere il ghiaccio. Fatto sta che quel dolce ma fermo “coraggio” non l’ho mai dimenticato e, forse un po’ troppo ingenuamente, credo che abbia segnato l’inizio di tutto.

Oggi vorrei tanto tornare da quella vecchina che mi aveva capita così bene, in quel locale anonimo e spoglio, per raccontarle che alla fine ce l’ho fatta.

Con lui sono stata felice. Abbiamo parlato di nuovo in quel modo per ore ed ore, stando abbracciati, interrompendoci solo con i baci, sognando un futuro insieme. Ma alla fine, comunque, se n’è andato spezzandomi il cuore.

Ne valeva davvero la pena?

Forse quel giorno avrei davvero dovuto alzarmi e andarmene senza farmi più trovare.

Forse lei non avrebbe dovuto incoraggiarmi, e oggi avrei un peso in meno addosso e neanche mi ricorderei di quel primo pranzo insieme.

Ma io continuo a rispondermi che sì, nessun fast food o locale affollato ci avrebbe portati a conoscerci così bene in così poco tempo, a diventare prima estranei e poi confidenti nello spazio di una pizza, e in nessun bar alla moda avrei trovato un sorriso e una parola d’incoraggiamento che mi avrebbero impedito di scappare lontana dalla felicità.

Ecco, io quell’inizio così in sordina lo ricorderò sempre come uno dei nostri momenti migliori.


Ancora oggi quando credo di non farcela e tutto sembra crollarmi addosso ripenso con una risata al proposito di fuggire senza pagare il conto e, forzando un sorriso, mi riecheggia sempre nella testa una sola parola.

Coraggio”.

Le trattorie anonime, adesso, mi piacciono un po’ di più.


IL MARE, I CHILOMETRI, IL TEMPO


Millesettecentocinquanta chilometri. Due centimetri.

C’erano lei e il mare, e forse qualcos’altro, forse qualche decina di persone, di case bianco panna, di motoscafi all’orizzonte, ma lei ascoltava il mare e niente più.


Era la stessa sabbia, ci affondò le mani, la sentì bollente, ne raccolse una manciata e la fece scorrere tra le dita per ricordarsi che la sabbia era identica, fine, morbida, friabile, di quella che ti si attacca addosso come un vestito difficile da sfilare.

Poteva davvero essere la stessa di quel giorno?

Clic, clic, clic, la sinfonia delle onde sul bagnasciuga venne profanata da quel suono artificiale, meccanico. Qualcuno lì vicino stava fotografando il mare, ma lei non si voltò, non voleva vedere nessuno, semplicemente si chiese come una foto avrebbe potuto rendere giustizia a quella luce perfetta, a quel verdazzurro mozzafiato che non si poteva dipingere neppure con tutti i colori mai inventati.

Lui le diceva sempre che il suo mare non l’aveva trovato da nessun’altra parte.


Quella non era per niente una giornata adatta a pensare all’amore, con il sole che baciava l’acqua calmissima, una brezza leggera che ne increspava la superficie e una tranquillità quasi surreale per quel periodo dell’anno, ma lei non riusciva in alcun modo a sdraiarsi, addormentarsi sotto il sole e lasciarsi cullare dal rumore delle onde dimenticandosi di tutto, proprio non ce la faceva.


Nella sua testa c’erano solo numeri.

Era la terza estate senza di lui, erano trentadue mesi che non lo vedeva, erano millesettecentocinquanta i chilometri che in quel momento li separavano. Aveva contato tutto, forse con troppa meticolosità, ed erano tutti numeri mastodontici, pesanti, grandissimi rispetto a quei soli due centimetri.

Erano a due centimetri l’uno dall’altra tre anni prima, seduti nella stessa sabbia, più o meno nello stesso punto in cui si era sistemata quel giorno, lei che al mattino si svegliava presto e faceva di tutto per conquistarsi proprio quell’angolo di spiaggia. Solo due centimetri. A due centimetri di distanza si sente tutto, l’odore della pelle bruciata dal sole, dei capelli impregnati di salsedine, l’intensità dei respiri. Due centimetri sono troppo pochi per poter pensare lucidamente a qualcos’altro.

Lei aveva amato tanto, tante persone, aveva baciato, fatto l’amore con più di un ragazzo, ma riusciva ad emozionarsi stando a due centimetri da lui, senza neppure toccarlo.

Torniamo qui la prossima estate, vero?”

Ci torniamo tutte le volte che vuoi”

Non si capacitava che quello fosse lo stesso mare, lo stesso posto, esattamente la stessa atmosfera di quel pomeriggio lontano. Non capiva perché tutto fosse rimasto identico, proprio tutto tranne il dettaglio più importante. Rifletteva su quanto possa diventare buio il sole se visto con altri occhi.

Lui aveva tradito lei, il loro mare e la loro promessa. Ora era lontano, immergeva i piedi in un’altra acqua, magari faceva promesse a qualcun’altra abbracciandola sul bagnasciuga.

E il loro mare era rimasto lì ad aspettarli.

Per questo lei ci tornava ogni estate. Per questo non sceglieva mai altre mete, dove forse avrebbe potuto rilassarsi di più, distrarsi, portare altre persone. Si conquistava ogni giorno il loro angolo, tastava la stessa sabbia e ascoltava gli stessi suoni. A volte giurava di poter sentire ancora l’odore della sua pelle nell’aria.

Il fotografo di poco prima le si avvicinò, era alto e scheletrico, stringeva una reflex tra le mani e le chiese timidamente se potesse farle una foto, perché era in un punto perfetto e in una posa molto artistica.

Lei acconsentì con un sorriso forzato, tornò a guardare il mare e sentì un’altra ondata di clic alle sue spalle.

Uno, due, dieci. Altri numeri.

Chissà se sarebbe arrivato a millesettecentocinquanta.

Avresti dovuto vederci insieme” pensava. “Saresti dovuto essere qui tre anni fa.”

Almeno la sua tristezza serviva a qualcuno. In effetti non poteva esserci foto migliore: lei, il suo mare, la sua spiaggia, il suo cuore vuoto.

Chissà se con uno scatto si poteva immortalare la nostalgia.


ULTIMO GIORNO DI LAVORO


Non lo realizzo ancora.


Mandarmi via. Volete mandarmi via. Licenziato, liquidato, sollevato dall’incarico. Incredibile che esistano tanti giri parole per esprimere un solo concetto.


Io mi rifiuto di crederlo.


Si parte da una voce di corridoio e si finisce col ritrovarsi un avviso ufficiale affisso sulla porta.

Volete davvero fare a meno di me? Potete?

Mi costringete a diventare quello che non sono, a trasformarmi nel brontolone nostalgico che mette in piedi un’apologia della sua professione.


Non sapete imparare dagli anziani.


Lavoro per le persone. È il mio compito, ne sono sempre andato fiero.

Non che ci sia in giro solo brava gente, intendiamoci, ne ho conosciute parecchie di teste calde. Alcuni sono arrivati a prendermi a pugni, riuscite a concepirlo?

Eppure ho sopportato, ne sono sempre uscito più in forma di prima. Ognuno dei miei clienti, nel bene o nel male, mi ha insegnato qualcosa.


Che ci crediate o no non sono mai mancato un solo giorno dal lavoro. Certo il mio ufficio non è grande e non viene ristrutturato da una vita, vivo in un metro quadrato scarso, ma l’ambiente è accogliente, la zona centrale (proprio accanto alla fermata dell’autobus) e tutti adorano quest’angolo di intimità vicino e lontano dal mondo.


Arrivano a ogni ora del giorno e della notte, devo essere sempre al massimo dell’efficienza, ché ad ogni minimo disguido non esitano ad informare la direzione.


Il momento del pagamento è quasi un rituale.

Prima c’erano i gettoni. Che nostalgia. Adoravo sentire il loro tintinnio risuonarmi addosso, il loro corpo gelido di portafoglio o caldo come i palmi delle mani.

Poi è cambiato tutto. Schede sterili, spigolose, silenziose. Mai piaciute, ma mi sono adattato. Il mondo cambia ed io lo seguo a ruota. Mai una lamentela, mai una pretesa.


Non lo sapete, ma ho una memoria di ferro. Ricordo ancora il mio primo cliente.

Un pomeriggio assolato, io che in paese ero una piacevole novità, una ventata di tecnologia che calamitava a sé gli sguardi straniti dei passanti. Di colpo era entrata lei.

Francesca, paffutella e rossa in viso, mi aveva sfiorato la cornetta con le mani tremanti, la voce che a fatica le usciva dalla gola.


«Aspetto un bambino», aveva sussurrato a fior di labbra al suo fidanzato lontano, le gambe quasi non la reggevano in piedi.

Lui in silenzio, io interdetto, confuso, convinto che mi avessero appioppato il peggiore impiego al mondo.


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